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·
Pace.
·
Padri apostolici.
·
Padri cappadoci.
·
Padri della Chiesa.
·
Padrino.
·
Pagani
·
Palamismo.
·
Pallio
·
Panenteismo.
·
Panteismo.
·
Pantocrator.
·
Paolo.
·
Papa.
·
Papismo.
·
Parabola.
·
Paraclesi.
·
Paraclito
·
Paradiso.
·
Parenesi
·
Parlare in lingue.
·
Parola di Dio.
·
Parola e sacramento.
·
Parresia.
·
Parrocchia.
·
Partenogenesi.
·
Parusia.
·
Pasqua.
·
Pasqua ebraica.
·
Passione.
·
Pasto cultuale.
·
Pastorale.
·
Pastore.
·
Patriarca.
·
Patriarca ecumenico.
·
Patripassianismo.
·
Patristica.
·
Patrologia.
·
Peccato.
·
Peccato mortale e peccato veniale.
·
Peccato originale.
·
Pelagianesimo.
·
Pellegrinaggio.
·
Penitenza.
·
Pentarchia.
·
Pentateuco.
·
Pentecostali.
·
Pentecoste.
·
Pentikostàrion.
·
Pentimento.
·
Perfezione.
·
Pericoresi cristologica.
·
Pericoresi Trinitaria
·
Persona.
·
Personalismo.
·
Persone della Trinità.
·
Pessimismo.
·
Pietismo.
·
Pietro.
·
Pisside.
·
Platonismo.
·
Pleroma.
·
Pluralismo.
·
Pneumatologia.
·
Pneumatomachi.
·
Poligamia
·
Poligenismo.
·
Politeismo.
·
Politica.
·
Popolo di Dio.
·
Positivismo.
·
Potenza obbedienziale.
·
Potere di giurisdizione.
·
Potere di ordine.
·
Povertà.
·
Pragmatismo
·
Prassi.
·
Preamboli della fede.
·
Predestinazione.
·
Predicazione.
·
Preesistenza.
·
Prefazio
·
Preghiera.
·
Preghiera del cuore.
·
Preghiera del mattino.
·
Preghiera di Gesù.
·
Preghiera eucaristica.
·
Preghiera impetratoria
·
Preparazione al Natale.
·
Presbiterianesimo.
·
Presbitero.
·
Prescienza.
·
Presenza reale.
·
Preziosissimo sangue.
·
Primato.
·
Priscillianismo.
·
Privilegio paolino.
·
Probabilismo.
·
Processioni.
·
Proclamazione.
·
Professione di fede.
·
Profeta.
·
Profezia.
·
Prolessi.
·
Propiziazione.
·
Proseliti.
·
Proselitismo.
·
Pròsopon.
·
Protestante
·
Protestantesimo liberale.
·
Protocanonico
·
Protologia.
·
Protovangelo.
·
Provvidenza.
·
Prudenza.
·
Pseudepigrafi.
·
Punto omega.
·
Purgatorio.
·
Puritani.
Q
·
Quaccheri.
·
Qualifica teologica.
·
Quaresima.
·
Quattro tempora.
·
Quelle o Q.
·
Quietismo.
·
Quinisesto.
·
Qumran.
___________________________________________________
P
È così definita da sant'Agostino di Ippona (354‑430): « la
tranquillità dell'ordine ». Sia per l'Antico che per il NT, la pace è molto
più che la semplice assenza di guerra (cf Is 2,4; Mic 4,3; Mc 9,50; Lc 14,34). Shalom
(Ebr. « salute », « pace ») è il benessere complessivo dato mediante
l'unione con Dio, in particolare la pace salvifica associata con l'era
messianica (Is 9,1‑7; 11,1‑9; 32,15‑20). Gesù ha proclamato
beati gli operatori di pace (Mt 5,9). Risorto dai morti, egli ha portato quella
pace che « il mondo non può dare » (Gv 14,27; 20,19.21; Col 3,15) e che
comporta una solidarietà nuova (Gal 3,28; Ef 2,13‑18) effettuata mediante
la sua morte e risurrezione (Col 1,20). I suoi discepoli devono proclamare la
pace, il messaggio della salvezza escatologica (At 10,36; Rm 10,15; cf Mt
10,12‑13). Nell'Enciclica Pacem in
terris (« Pace sulla terra ») del 1963, il papa Giovanni XXIII ha posto le
sue speranze per una pace internazionale in un ordine sociale basato sulla
libertà, la giustizia, l'amore e la verità. A sua volta, il papa Paolo VI
nell'Enciclica Populorum progressio («
Il progresso dei popoli ») del 1967 ha chiamato lo sviluppo « il nome nuovo
della pace » (14). Il Concilio Vaticano II ha insistito perché si facciano
maggiori sforzi per la promozione della pace e della comunità dei popoli (GS
77‑90). Per il tramite della Commissione « Giustizia e Pace » e anche in
tanti altri modi, la Santa Sede ha costantemente cercato di promuovere la pace
internazionale. Negli Stati Uniti, la Conferenza Episcopale ha parlato
profeticamente nel suo documento: La sfida
della pace: la promessa di Dio e la nostra risposta (1983). Purtroppo, in
questo nostro mondo, « la pace viene giù lentamente » (William Butler Yeats;
1865‑1939). Cf Giustizia; Guerra
giusta; Messia; Non‑violenza; Regno di Dio; Salvezza; Tolleranza.
Padri apostolici. (inizio)
Questa denominazione risale a Jean‑Baptiste Cotelier che nel 1672
pubblicò quegli scritti ortodossi più antichi, non biblici ma fioriti al tempo
degli Apostoli o poco dopo, cioè: la cosiddetta Lettera di Barnaba
(primo secolo), san Clemente Romano (morto circa nel 96), sant'Ignazio di
Antiochia (circa 35 ‑ circa 107), il Pastore di Erma (II secolo), san
Policarpo di Smirne (circa 69 ‑ circa 155), come anche il racconto del suo
Martirio, il più antico di questo
genere letterario. Nel 1765, Andrea Gallandi vi aggiunse la Lettera
a Diogneto, una difesa del cristianesimo, e Papia di Gerapoli (circa
60‑130). Nel 1883, Filoteo Bryennios pubblicò la Didaché
(Gr. « insegnamento »), di autore anonimo. Questo lavoro fu ritenuto lo
scritto più antico dell'intero gruppo. Questi scritti gettano una luce preziosa
sul passaggio dalla Chiesa del Nuovo Testamento alla cristianità postapostolica.
Alcuni studiosi moderni desiderano escludere quegli autori che probabilmente non
sono collegati direttamente con gli Apostoli, o la cui mentalità non è così
vicina al NT. Questo vorrebbe dire elencare tra i Padri Apostolici soltanto san
Clemente, sant'Ignazio di Antiochia, san Policarpo e Papia, come anche san
Quadrato (II secolo) che verso il 124 rivolse all'imperatore Adriano la più
antica apologia sulla fede cristiana. Cf
Apologisti; Didaché; Padri della Chiesa.
Titolo usato principalmente per tre santi Cappadoci: Basilio Magno (circa
330‑379), vescovo di Cesarea nella Cappadocia e organizzatore della vita
monastica in Oriente; suo fratello Gregorio (circa 335 ‑ circa 395),
vescovo di Nissa e teologo di profonda mistica; e Gregorio di Nazianzo
(328‑389), prima vescovo di Sasima e poi per un certo tempo vescovo di
Costantinopoli durante il Concilio Costantinopolitano I. Un cugino di Gregorio
Nazianzeno è qualche volta catalogato tra i Cappadoci: sant'Anfilochio (circa
340 ‑ circa 394), vescovo di Iconio. Cf
Concilio Costantinopolitano I; Essenza e Energie; Eunomianesimo; Padri della
Chiesa; Tre Teologi (I).
Padri della Chiesa. (inizio)
Titolo popolare dato a certi cristiani dei primi secoli che scrissero in
Greco, Latino, Siriaco e Armeno e la cui dottrina e santità personale ottennero
l'approvazione generale nella Chiesa. « I Padri... sono ‑ anche se ognuno
in maniera e misure molto diverse ‑ come i classici della cultura
cristiana (Congregazione per l'Educazione Cattolica, Istruzione
sullo studio dei Padri della Chiesa nella formazione sacerdotale, [1989]; n.
42). Nelle controversie teologiche, divenne tradizionale appellarsi ai Padri
Greci e Latini e il loro consenso unanime è ritenuto argomento decisivo (cf DS
271, 510‑520, 2856, 3541; FCC 1.051, 2.013, 4.051‑4.057). In
Occidente, si ritiene come ultimo Padre della Chiesa sant'Isidoro di Siviglia
(circa 560‑636), mentre per l'Oriente l'ultimo è san Giovanni Damasceno
(circa 675 ‑ circa 749). Cf Padri
cappadoci; Patristica; Patrologia.
Colui che tiene a battesimo o a cresima un candidato. Il Diritto Canonico
stabilisce che almeno uno, ma possibilmente due, uno di ogni sesso, siano
presenti alla cerimonia o almeno adempiano il loro compito per procura. I
padrini devono essere scelti o dal candidato (se è adulto), o dai genitori o
tutori del candidato, o dal parroco. Il padrino deve essere cattolico, avere già
ricevuto il battesimo, la cresima e l'eucaristia, deve aver di solito almeno
sedici anni di età e non essere il padre o la madre del battezzando. I nomi dei
padrini sono registrati nel registro dei battesimi. Oltre a dare buon esempio e
ad essere di sprone nella vita cristiana, i padrini si assumono la responsabilità
dell'educazione cristiana nei riguardi dei loro figliocci qualora i genitori o
chi ne fa le veci mancassero a questo loro dovere (cf CIC 774, 851,
872‑874). Nella cresima, è auspicabile che i padrini siano gli stessi del
battesimo, in quanto i doveri che si assumono assomigliano a quelli che si sono
assunti i padrini nel battesimo (CIC 892‑893, 895). Cf Battesimo; Confermazione; Impedimenti del matrimonio.
Pagani (Lat.
« abitanti dei villaggi »). (inizio)
Termine usato inizialmente per coloro che al tempo dell'Impero romano
vivevano in campagna e che, evangelizzati dopo le popolazioni delle città,
divennero poi cristiani. Nell'AT, i goyim (Ebr.
« nazioni ») o Gentili erano quelli che non conoscevano l'unico vero Dio (Dt
7,1; Sal 147,20). Mentre denunciava la loro idolatria, l'AT affermava anche
l'interesse salvifico di Dio per i pagani (Is 2,1‑4; 49,6; 60,1‑3;
Am 9,7; Giona). Abramo fu chiamato a mediare le benedizioni divine per l'intero
genere umano (Gn 12,1‑3). L'AT presenta alcuni « santi pagani », come
Melchisedech, la Regina di Saba, Giobbe e Rut. San Paolo proclama la volontà di
Dio di giustificare sia gli Ebrei che i Gentili (Rm 3,29; 9,24; 15,8‑12;
cf Lc 2,29‑32). I seguaci di alcune religioni non cristiane sono stati
chiamati (in senso offensivo), « pagani » o « idolatri ». Certe
superstizioni che si sono trovate ancora tra coloro che si sono convertiti al
cristianesimo sono state etichettate come « pagane ». Il Concilio Vaticano II
ha evitato sia il termine « pagano » che il termine « paganesimo », e ha
preferito parlare delle « nazioni » (gentes)
da evangelizzare. Cf Animismo; Cristiani
anonimi; Evangelizzazione; Idolatria; Politeismo.
La sintesi teologica di Gregorio Palamas (circa 1296‑1359), monaco del
Monte Athos e sostenitore di un metodo di preghiera chiamato esicasmo, praticato
sul santo monte. Palamas è un santo della Chiesa greca ortodossa ed è
considerato il più grande teologo bizantino del Medioevo. Per poter sostenere
che gli esseri umani diventano genuinamente come Dio attraverso la deificazione
senza intaccare la trascendenza di Dio, Palamas distingueva tra l'essenza divina
inaccessibile e le divine energie mediante cui Dio si fa conoscere a noi e ci
rende partecipi della vita divina. Dopo una controversia con Barlaam (circa
1290‑1348), monaco della Calabria e esperto sullo Pseudo‑Dionigi (V
secolo), fu tenuto un sinodo a Costantinopoli (giugno 1341) che diede torto a
Barlaam, mentre un altro sinodo (agosto 1341) impose il silenzio ad entrambi.
Nel 1344, Palamas fu addirittura scomunicato come eretico. Nel 1347, però, un
sinodo di Costantinopoli riconobbe la sua ortodossia ed egli fu consacrato
arcivescovo di Tessalonica. Dovette, però, affrontare le critiche del monaco
Gregorio Akindynos (=Acindino; circa 1300‑1349) che da amico gli era
diventato nemico. Un terzo attacco gli venne dal filosofo umanista Niceforo
Gregoras (circa 1294 ‑ circa 1359). Un sinodo di Costantinopoli nel 1351
condannò Gregorio Acindino, defunto da due anni e impose il silenzio a Niceforo
Gregoras, riconoscendo così la piena ortodossia di Palamas. Nel 1368, nove anni
dopo la sua morte, Palamas fu canonizzato. La sua festa è celebrata sia nella
seconda domenica di Quaresima sia il 14 novembre. Cf Deificazione; Esicasmo; Essenza e energie; Monte Athos; Neo‑Palamismo.
Pallio (Lat. « mantello »). (inizio)
Una striscia circolare di lana bianca adornata di sei croci di colore viola
con due strisce. Come simbolo della sua autorità apostolica, è indossato dal
papa il quale sin dai tempi antichi lo ha conferito agli arcivescovi come segno
di comunione e a certi vescovi come segno di onorificenza. Oggi, entro tre mesi
dalla sua nomina, il metropolita (= arcivescovo) deve chiedere il pallio o
richiedere un nuovo pallio se da una diocesi metropolita viene trasferito ad
un'altra. Lo indossa all'interno della sua provincia ecclesiastica e poi solo in
circostanze prescritte dalla liturgia. Nelle cerimonie della Chiesa orientale, i
vescovi indossano un omophorion, una
fascia ricamata che corrisponde al pallio. Cf Arcivescovo; Papa.
Panenteismo (Gr. « ogni cosa
in Dio »). Si chiama così un sistema che è stato sviluppato in vari modi da
filosofi come Christian Kranse (1781‑1832), Friedrich Heinrich Jacobi
(1743‑1819) e Charles Hartshorne (nato nel 1897) secondo cui Dio penetra
talmente l'universo che ogni cosa è in Dio. A differenza dal panteismo, il
quale sostiene che l'universo e Dio sono talmente identici che ogni cosa è Dio,
il panenteismo afferma invece che, mentre abbraccia l'universo, l'essere di Dio
lo trascende. Cf Panteismo; Teismo;
Teologia del processo.
Panteismo (Gr.
« tutto è Dio »). (inizio)
Dottrina che identifica Dio con l'universo. Sebbene il termine appaia per la
prima volta nel 1709, i sistemi di pensiero panteista sono antichi almeno quanto
l'Induismo. Alcuni interpretano il divino in termini naturali (panteismo
naturalistico), come fa Benedetto Spinoza (1632‑1677); altri
interpretano la natura in termini divini (panteismo
emanazionistico), una tentazione dei pensatori mistici e
neo‑platonici. Lo Pseudo Dionigi Areopagita (circa 500), Giovanni Scoto
Eriugena (circa 810 ‑ circa 877), il cardinale Nicolò Cusano
(1401‑1464), Maestro Eckart (circa 1260‑1327), Giordano Bruno
(1548‑1600) e Jacob Boehme (1575‑1624) sono stati accusati, a
ragione o a torto, di includere elementi panteisti nel loro pensiero. Una forma
moderna di panteismo interpreta Dio come il grande « IO »: una visuale
perlomeno molto vicina a idealisti come Georg Wilhelm Friedrich Hegel
(1770‑1831), Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling (1775‑1854) e
Francis Herbert Bradley (1846‑1924). Mentre lo si descrive spesso come una
forma di ateismo, il panteismo può anche essere visto come una forma di teismo
imprigionato. Il Concilio Vaticano I condannò il panteismo (DS 3023; cf anche
285, 722, 976‑977, 1043, 2843, 2901, 3201‑3216; FCC 1.036,
1.038‑1.039, 3.013‑3.030). Cf Ateismo; Emanazione; Idealismo; Immanenza; Induismo; Monismo; Natura;
Neo‑platonismo; Panenteismo; Teismo; Trascendenza.
Una rappresentazione maestosa di Cristo come legislatore sovrano
dell'universo, di solito con le mani alzate per benedire. Due esempi celebri si
hanno nella Chiesa degli apostoli a Costantinopoli e in Santa Sofia a Kiev. Cf
Icona; Onnipotenza; Regno di Dio; Teocrazia.
Cf Privilegio
paolino; Teologia paolina.
Papa (Gr. « padre »). (inizio)
Titolo che in origine era riservato in Oriente al vescovo di Alessandria, ma
oggi è dato anche ai presbiteri (più esattamente: pope) a motivo della loro
paternità spirituale. In Occidente, il titolo era dato una volta ai vescovi più
importanti, ma, a partire dal secolo XI, finì per essere riservato al solo
vescovo di Roma. Il capo della Chiesa Cattolica, il papa di Roma, è anche
chiamato Vicario di Gesù Cristo e Patriarca dell'Occidente. Cf
Collegialità; Giurisdizione; Infallibilità; Ministero Petrino; Presbitero;
Primato; Vescovo.
Atteggiamento verso il Magistero e la vita della Chiesa che consiste
nell'enfatizzare il ministero petrino del papa mentre si ignora il ruolo degli
altri vescovi e quello che si può imparare dall'intero Popolo di Dio. Cf
Collegialità; Ministero petrino; Papa; Sensus fidelium; Ultramontanismo.
Parabola (Gr. « paragone »).
(inizio)
Un paragone tratto dalla natura (per es., il grano di senape in Mc
4,30‑32) o dalla vita umana (per es., il banchetto nuziale in Mt
22,1‑14) e narrato come una storia per rivestire e richiamare un
insegnamento morale o religioso. Mentre si trovano già nell'AT (2 Sam
12,1‑14; e forse Is 5,1‑7), le parabole caratterizzano in un modo
speciale la predicazione e l'insegnamento di Gesù. I Vangeli sinottici
riportano molte parabole usate da Gesù per esortare i suoi uditori a
riconoscere il dominio finale di Dio e a prendere le debite decisioni.
Strettamente parlando, il Vangelo di Giovanni non contiene parabole, anche se il
linguaggio circa il buon pastore (Gv 10,1‑19) e sulla vite e i tralci (Gv
15,1‑8) presenta elementi evidenti di parabole. Adolph Jülicher
(1857‑1938), Charles Harold Dodd (1884‑1973) e Joachim Jeremias
(1900‑1979) hanno arricchito la nostra comprensione circa le parabole di
Gesù. Esse non sono, per esempio, allegorie in cui ogni particolare comporti un
significato preciso. Le parabole si concentrano su un punto, anche se le
parabole lunghe (per es., quella del Figliol prodigo, che si dovrebbe chiamare
più esattamente: la parabola del Padre misericordioso, in Lc 15,11‑32)
possono anche dare un significato mediante i loro elementi subordinati. Cf Allegoria; Critica biblica; Ermeneutica; Esegesi; Sensi della
Scrittura.
Paraclesi (Gr. « supplica »).
(inizio)
Il piccolo ufficio della Beata Vergine Maria usato nella Chiesa bizantina
per i quindici giorni che precedono immediatamente la festa della kòimesis
o dormizione della Madre di Dio (celebrata il 15 agosto). Cf
Assunzione della Beata Vergine Maria; Liturgia delle Ore
Paraclito (Gr. «
aiutante » o « assistente »). (inizio)
Termine applicato a Gesù stesso che intercede presso il Padre per la
salvezza dei peccatori (1 Gv 2,1‑2). Nel Vangelo di san Giovanni, il
termine è riferito allo Spirito Santo come aiutante (14,16; 14,26; 15,26;
16,7), come Spirito di verità che sarà mandato a dimorare nei discepoli e a
guidarli per rendere testimonianza a Gesù e al suo insegnamento. Cf Spirito Santo.
Paradiso (Persiano «
giardino recintato »). (inizio)
Un parco cintato da un muro che contiene piante, frutti e animali esotici e
connesso con un palazzo. Nei Settanta (LXX), questo è il « giardino dell'Eden
», dove Adamo ed Eva vissero una volta e da dove furono cacciati dopo la loro
caduta nel peccato (Gn 2,8‑10.15; 3,23‑24; Ez 28,13; 31,8; 36,35).
Il termine « Paradiso » venne a designare il posto dei beati dopo la morte (Lc
23,43), il « terzo cielo » sopra la terra dove una volta san Paolo fu rapito
in estasi (2 Cor 12,2‑4). Il libro dell'Apocalisse promette la vita nel «
paradiso » di Dio, dove i beati avranno da mangiare « dell'albero della vita
» (Ap 2,7; 22,12.14). Cf Cielo;
Escatologia; Settanta.
Parenesi
(Gr. « esortazione, consiglio »). (inizio)
Predicazione intenta a far crescere la comunità con raccomandazioni o
avvisi pratici. San Paolo « ammonisce » il personale di una nave sbattuta
dalla tempesta mentre sta navigando verso Malta (At 27,9.22). Lo stesso Paolo,
Pietro e Barnaba « esortano » uditori vari (At 2,40; 11,23; 14,22). Si trovano
passi parenetici nelle lettere paoline (cf Rm 6,1‑4; 1 Cor 5,7ss; Col
3,1‑4), alle volte come elenchi di azioni virtuose (per es., Rm
12,1‑21), o di vizi (Rm 13,13). La parenesi può essere piuttosto generica
(come avviene verso il termine delle lettere paoline), o può fermarsi su
problemi particolari (1 Cor 11,17‑22.27‑34). Cf
Teologia morale.
Parlare in lingue. Cf
Glossolalia. inizio)
Parola di Dio. (inizio)
« Auto‑rivelazione di Dio nella storia (DV 1‑5, 26), in quanto
(a) espressa; (b) scritta e (c) incarnata.
a) La parola di Dio è
creatrice (Gn 1,1-2,4) e efficace (Is 55,10‑11). Dio ha parlato per
mezzo dei profeti dell'AT (Eb 1,1; 2 Pt 1,21). Gesù ha proclamato la parola di
Dio (Lc 5,1), come hanno fatto gli Apostoli (At 13,5; 17,13; 1 Ts 2,13) e i loro
successori nel predicare con verità il « vangelo di Dio » (1 Ts 2,9), una
realtà che è ad un tempo rivelatrice e salvifica (Rm 1,15‑17; 1 Cor
1,18; 2 Cor 2,14‑16).
b) Scritte sotto la speciale
ispirazione dello Spirito Santo (Rm 15,4; 2 Tm 3,16; 2 Pt 1,20‑21; cf DV
11), le Scritture sono la parola di Dio che illumina e nutre la liturgia,
l'insegnamento e la vita della Chiesa.
c) Il Figlio di Dio
preesistente è la Parola che « si è fatta carne » (Gv 1,14), la personale
auto‑comunicazione di Dio.
Cf Ispirazione; Lògos; Parola e Sacramento; Preesistenza; Profeta;
Rivelazione.
Parola e sacramento. (inizio)
La parola di Dio e il suo segno correlativo, simbolo eo evento. Nel Vangelo
di Giovanni, le parole (3,34; 5,24; 8,31; 15,3) e i segni (Gv 2,11.18.23; 3,2;
4,54) di Cristo sono ordinati a comunicare la « verità » (rivelazione) e la
« vita » (salvezza). Origene (circa 185 ‑ circa 254) associò la parola
e il simbolo nella sua teologia della Parola preesistente e incarnata che ci
manifesta il Padre. Riguardo alla parola e al simbolo nella vita cristiana,
sant'Agostino di Ippona ha parlato del sacramento come di una parola visibile.
La Riforma, specialmente nella tradizione calvinista, ha sottolineato
unilateralmente la parola a spese del segno e del sacramento. Il Concilio
Vaticano II ha inteso l'autocomunicazione di Dio come una venuta, non della sola
parola, né del solo evento significante, ma come interazione di eventi e di
parole (cf DV 2, 4, 14, 17). Cf
Rivelazione; Sacramento; Simbolo.
Parresia (Gr.
« audacia nel parlare »). (inizio)
La franchezza priva di paura con cui gli Apostoli proclamavano pubblicamente
il messaggio di Cristo crocifisso e risorto nonostante l'incarcerazione e le
minacce di punizioni e di morte (cf At 2,29; 4,13.29.31; 28,31). Paolo mostra
questa franchezza nel parlare alle sue comunità (2 Cor 7,4). I Cristiani devono
manifestare un coraggio del genere nei loro rapporti con Dio (cf 1 Gv 3,21;
5,14) e nell'aspettare il giorno del giudizio (1 Gv 2,28; 4,17). La parresìa
cristiana trova il suo modello nel modo con cui Gesù proclamò il suo messaggio
ad un mondo ostile (Gv 7,26; 18,20). Cf
Virtù cardinali.
Suddivisione di una diocesi che ha un suo presbitero e gode di una certa
autonomia sotto la giurisdizione del vescovo del luogo (cf CIC 374, 515).
Siccome un vescovo non può presiedere dovunque nella sua diocesi, designa dei
sacerdoti come parroci e organizza le parrocchie (SC 42; CD 32). In esse, le
persone vengono incorporate nella Chiesa attraverso il battesimo (CIC 858), i
giovani ricevono l'istruzione religiosa, viene esercitato il lavoro missionario
(AA 10; AG 37), ci si prende cura dei malati, dei bisognosi e degli anziani. Il
centro della vita parrocchiale è la celebrazione dell'Eucaristia e la
proclamazione della Parola di Dio (cf CD 30). Cf Vescovo; Cappellano; Diocesi; Ordinario; Pastore.
La generazione di un bambino senza l'intervento del padre umano. Si è alle
volte sostenuto che il racconto della concezione di Gesù derivasse da leggende
pagane circa donne che hanno partorito bambini famosi mediante l'intervento di
divinità maschili. Simili leggende sono radicalmente differenti dal racconto
della concezione verginale come si trova nei racconti dell'infanzia di Matteo e
di Luca. Cf Concepimento verginale di Gesù.
La visita ufficiale di un sovrano. Nei primi documenti cristiani (1 Ts 4,15;
1 Cor 15,23), il termine parusìa
indica il ritorno di Cristo nella gloria al termine della storia per giudicare
il mondo (Mt 24,29‑31; 25,31‑46). Sarà questo « il giorno del
Signore » (1 Cor 1,8) quando Cristo « apparirà una seconda volta » (Eb
9,28). I cristiani devono aspettare questa venuta con pazienza (Gc 5,7‑8;
2 Pt 1,16; 3,4.12; 1 Gv 2,28). I Sinottici connettono l'attesa della fine con
l'ammonimento alla vigilanza (Mt 24,36-25,13;
Mc 13,1‑37; Lc 21,5‑36). Il Vangelo di Giovanni parla della
risurrezione che avverrà nell'« ultimo giorno » (Gv 6,39.40.44.54; 11,24). La
futura venuta di Cristo nella gloria per giudicare i vivi e i morti è
professata in vari simboli di fede (cf DS 6, 10, 13‑17, 19, 76 e 150; FCC
0.509, 0.514, 5.004). Gli Orientali sottolineano la dimensione collettiva di
quel compimento futuro più di quanto non lo facciano gli Occidentali. Alcuni
teologi contemporanei preferiscono non parlare di « seconda » venuta, in
quanto la parusìa non è altro che la
conseguenza finale della prima venuta di Cristo nell'incarnazione. Con Karl
Rahner (1904‑1984), possiamo dire che sarà il mondo che verrà a Dio
nella parusìa più che il Cristo al mondo. Cf Cielo; Escatologia; Giudizio universale; Inferno; Risurrezione.
È la festa più antica e più importante dell'anno cristiano in cui si
celebra la risurrezione di Gesù Cristo dai morti. Inizialmente, a quanto pare,
veniva celebrata ogni domenica, mentre i Giudeo‑cristiani continuavano ad
osservare la Pasqua ebraica. Questo era destinato a creare un contrasto, in
quanto il messaggio cristiano proclamava che la liberazione d'Israele
dall'Egitto era ormai superata e sostituita dalla risurrezione di Cristo (1 Cor
5,7). La prassi di stabilire un giorno speciale per celebrare annualmente la
risurrezione di Cristo portò ad una controversia tra i cristiani dell'Asia
Minore che celebravano la festa nel giorno stesso in cui cadeva la Pasqua
ebraica (14 di Nisan, detti perciò « quartodecimani ») e gli altri cristiani
che la celebravano la domenica seguente. Queste controversie esistono tuttora.
Gli Ortodossi, anche dopo aver accettato la riforma gregoriana del calendario,
continuano però a seguire il calendario giuliano per la festa di Pasqua. Il
recente sviluppo ecumenico ha tuttavia prodotto un accordo tra i Cattolici
d'Oriente e gli Ortodossi sulla data della Pasqua ogni quattro anni. Nel
calendario gregoriano, la data di Pasqua varia tra il 21 marzo e il 25 aprile.
Cf Calendario gregoriano; Mistero
pasquale; Pasqua ebraica; Risurrezione.
Pasqua ebraica. (inizio)
Festa ebraica celebrata in famiglia in primavera al tempo della luna piena
di marzo e che ricorda l'esodo dall'Egitto (Es 12,1‑28; Dt 16,1‑8).
Nel pomeriggio del 14 di Nisan, venivano sacrificati gli agnelli pasquali; la
stessa sera, nella cena pasquale, si mangiava pane non lievitato con agnello
arrostito. Che sia stata una cena pasquale (secondo i Sinottici), oppure no
(secondo Giovanni), l'Ultima Cena, seguita il giorno dopo dalla crocifissione di
Gesù e poi dalla sua risurrezione, coincise comunque con la Pasqua ebraica e
con la festa ad essa collegata dei pani azzimi che durava una settimana (Mc
14,1‑2.12‑16). Di qui i cristiani compresero molto presto che la
morte e la risurrezione di Gesù avevano portato a compimento l'esodo originale
e la memoria che ne faceva la Pasqua ebraica. Gesù fu visto come l'Agnello
pasquale il cui sacrificio liberatore tolse il peccato del mondo (Gv 1,29; 1 Cor
5,7). Cf Pasqua; Risurrezione; Settimana
Santa.
Nella filosofia aristotelica,
in quanto applicato all'essere contingente e in contrasto con l'agire, il
termine « passione » significa l'essere cambiato. Nella teminologia cristiana,
per « Passione » si intendeno le sofferenze e la crocifissione che Gesù subì
per la nostra salvezza (cf 1 Pt 2,21‑25). I quattro Vangeli terminano
tutti con un racconto dettagliato della sua passione (Mt 26‑27; Mc
14‑15; Lc 22‑23; Gv 18‑19). La domenica delle Palme si legge
il racconto della Passione di uno dei Sinottici, e il Venerdì Santo dal Vangelo
di Giovanni. Cf Redenzione; Riscatto; Salvezza; Settimana Santa.
Pasto cultuale. (inizio)
Pasto mediante il quale gli adoratori riconoscono e entrano in comunione con
la loro divinità nel modo più eminente. Nel cristianesimo, l'atto supremo di
adorazione è l'Eucaristia, banchetto sacrificale e spirituale datoci da Gesù
Cristo nella sua morte e risurrezione. Così, anticipando la sua venuta finale,
possiamo ringraziare e unirci con Dio. Cf
Eucaristia; Messa; Sacrificio della Messa.
Pastorale. Cf Teologia
pastorale; Ufficio pastorale. (inizio)
Termine applicato ai capi dell'AT (Ger 2,8; 3,15) e a Dio come buon pastore
(Ez 34,1‑31; Sal 23,1‑4). Cristo fu mandato per le pecore smarrite
d'Israele (Mt 10,6; 15,24; cf Lc 15,3‑7). Come buon pastore, Gesù dà la
sua vita per le pecore (Gv 10,11‑16; cf Eb 13,20; 1 Pt 2,25). Egli chiama
altri a fare da pastori nella Chiesa, ma i fedeli rimangono sempre il suo gregge
(Gv 21,15‑17; 1 Pt 5,1‑4). Tra i Protestanti, il ministro ordinato
che presta servizio in una chiesa locale è spesso chiamato « pastore », come
anche presso i cattolici in certe parti della Germania (cf CIC 519).
Cf Ministri; Parroco; Popolo di Dio; Presbitero; Vescovo.
Patriarca (Gr. «
padre che governa »). (inizio)
Nome dato ad Abramo, Isacco, Giacobbe, ai dodici figli di Giacobbe e a
Davide (Gn 12,50; At 2,29; 7,8‑9; Eb 7,4). A partire dal VI secolo, il
titolo venne dato ai vescovi di Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e
Gerusalemme. Questi patriarchi esercitarono una grande autorità, come quella di
designare i vescovi per le diocesi più importanti e di giudicare gli appelli
alla loro giurisdizione. Il Concilio Niceno I (325) riconobbe questo ruolo di
Roma e affermò la priorità di Alessandria su Antiochia. Il Concilio
Costantinopolitano I (381) conferì a Costantinopoli un primato di onore dopo
Roma, in quanto Costantinopoli è « una seconda Roma » (can. 3), cosa che il
Concilio di Calcedonia (451) nel ventottesimo canone (che il papa Leone I non
approvò mai) estese fino ad affermare che Costantinopoli era seconda solo a
Roma in giurisdizione. Il Concilio Costantinopolitano IV (869‑870),
riconosciuto di solito dai cattolici come l'ottavo concilio ecumenico, sancì il
primato di Roma e elencò i patriarcati in questo ordine di dignità: Roma,
Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme (riconosciuta come
patriarcato dal Concilio di Calcedonia; cf DS 661). Il Concilio Lateranense IV
(1215) e il Concilio di Firenze (1438‑1445) ripeterono lo stesso elenco di
patriarcati e nello stesso ordine (DS 811; 1307‑1308; FCC
7.159‑7.160). Riguardo alle Chiese d'Oriente unite a Roma, il Concilio
Vaticano II riconobbe le loro tradizioni, i loro diritti, i loro privilegi e la
loro giurisdizione (OE 7‑10). Stabilì inoltre che, « dove sia
necessario, si erigano nuovi patriarcati, la cui fondazione è riservata al
Concilio Ecumenico o al Romano Pontefice » (OE 11). Questo fu suggerito da
molti teologi in vista di future unioni tra le Chiese sorelle e Roma. Il
Vaticano II propose anche direttive generali per una riunione con le Chiese
d'Oriente separate da Roma (UR 13‑18), « tra le quali tengono il primo
posto le Chiese patriarcali » (UR 14). Cf
Autocefalo; Chiese Orientali; Ortodossia; Ortodossi Orientali; Pentarchìa;
Primato.
Titolo usato dai patriarchi di Costantinopoli a partire
dal VI secolo. Cf Oikoumène; Primato.
Patripassianismo (Lat.
« sofferenza del Padre »). (inizio)
Termine coniato da Tertulliano (circa 160 ‑ circa 220) per quella
forma di Monarchianismo o Modalismo sostenuto da Prassea (vissuto verso il 200).
Tertulliano lo mise in derisione dicendo che costui aveva cacciato lo Spirito e
crocifisso il Padre. Un altro modalista, Noeto (vissuto anch'egli verso il 200)
asseriva che era stato il Padre a nascere e poi a morire sulla croce. Cf
Modalismo; Monarchianismo; Sofferenza di Dio.
Patristica (Lat. «
studio dei Padri »). (inizio)
Lo studio della teologia dei Padri della Chiesa. Il termine è stato spesso
usato superficialmente come sinonimo di patrologia. Cf Padri della Chiesa; Patrologia.
Patrologia (Gr. «
studio dei Padri »). (inizio)
Termine forgiato nel XVII secolo per indicare lo studio dei Padri della
Chiesa. Un'istruzione del 1989 sullo studio dei Padri (emanata dalla
Congregazione per l'educazione cattolica) distingue la « patrologia » come
studio storico e letterale dei Padri, dalla « patristica » come studio del
loro pensiero teologico. Cf Padri della
Chiesa; Patristica.
Qualsiasi pensiero, parola o fatto che trasgredisca deliberatamente la
volontà di Dio e che in qualche modo respinga la bontà e l'amore di Dio. A
cominciare dal peccato di Adamo e Eva (Gn 3,1‑24), l'AT narra la storia
del peccato umano e della sua schiavitù (cf GS 37). Con la denuncia ripetuta
dell'idolatria e dell'ingiustizia, i profeti affermano la responsabilità
personale per le mancanze peccaminose (Ger 31,29‑30; Ez 18,1‑4).
L'AT chiama il peccato hatta (Ebr. «
sbagliare il segno »), pesha (Ebr. «
trasgredire gli ordini », « rivoltarsi contro i superiori ») e awon (Ebr. « colpa che nasce dall'iniquità ») (cf Sal
51,3‑5). Come l'AT (Gn 6,5; 8,21; Ger 17,9), Gesù vede che il peccato
viene dal cuore (Mc 7,20‑23). Il Vangelo di san Giovanni vede il peccato
come incredulità nei riguardi di Cristo, un preferire le tenebre alla Luce del
mondo (Gv 3,16‑21; 9,1‑41; 11,9‑10). Sin dall'inizio, i
Cristiani hanno confessato che Cristo è morto « per i nostri peccati » (1 Cor
15,3; cf Rm 4,25; Eb 2,11‑14). La tradizione protestante è stata
impressionata dalle riflessioni di san Paolo sulla forza del peccato che
corrompe e rende schiavi gli esseri umani (Rm 1,18-3,23;
5,12‑21; 6,15‑23). La Tradizione ortodossa vede il peccato come
distruzione della koinonìa (Gr. «
comunione ») con Dio, con gli altri e col creato. La tradizione cattolica, come
il cristianesimo occidentale in genere, ha avuto la tendenza a considerare le
conseguenze individuali del peccato più che le ferite che vengono inferte alla
comunità. Però, l'enciclica di Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, del 1987 (cf 36‑37) manifesta un
senso rinnovato della dimensione sociale del peccato (cf GS 25). Cf
Caduta (La); Cuore; Espiazione; Grazia; Koinonìa; Metànoia; Peccato originale;
Riparazione; Riscatto; Sacramento della Penitenza; Salvezza; Sette peccati
capitali.
Peccato mortale e peccato veniale.
(inizio)
Distinzione tra quei peccati che « escludono dal regno di Dio » (1 Cor
6,9‑10; Gal 5,19‑21; Ef 5,5) e quelli che non escludono (Gc 3,2; 1
Gv 1,8; 5,16‑17). Un peccato mortale comporta un allontanamento deliberato
e radicale da Dio fatto con chiara conoscenza e pieno consenso in una materia
veramente grave (cf DS 1537, 1544, 1680‑1682; FCC 8.070, 8.077; 9.240,
9242). Porta come conseguenza la perdita della grazia santificante e il rischio
della dannazione eterna. Il peccato veniale (Lat. « scusabile ») offende, sì,
il rapporto con Dio e con gli altri, ma non comporta un'opzione fondamentale
contro Dio. Il Codice del 1983 parla di peccati veniali (CIC 988) e di peccati
« gravi » anziché di peccati mortali. Cf
Grazia abituale; Inferno; Opzione fondamentale; Sacramento della penitenza.
Peccato originale. (inizio)
Inteso tradizionalmente come la perdita della grazia e ferita della natura
subìta dai nostri progenitori, questo intaccò tutte le generazioni successive.
Questo concetto è stato sviluppato sulla base della Scrittura (soprattutto: Gn
3,1‑24; Sal 51,7 e Rm 5,12‑21) e la prassi antica di battezzare
anche i bambini perché venissero liberati dal peccato originale. Sant'Agostino
di Ippona (354‑430) sostenne contro Pelagio che, siccome i bambini non
sono capaci di commettere peccati personali, il « peccato » da cui vengono
liberati non può essere altro che una peccaminosità ereditata. La dottrina del
peccato originale (DS 496, 621, 1510‑1516; FCC 3.054, 3.060, 4.037, 8.043)
esprime non solo la condizione di peccato in cui nascono tutti gli esseri umani,
ma anche il fatto che la nuova vita di grazia che viene attraverso il battesimo
non è un diritto « naturale », ma un libero dono di Dio. Così, il peccato
originale si riferisce alla nostra solidarietà umana nel peccato e alla nostra
comune chiamata alla vita soprannaturale in Cristo. I cristiani orientali,
mentre praticano il battesimo dei bambini, non hanno sviluppato una teologia sul
peccato originale. I Protestanti hanno spesso accentuato esageratamente il
peccato originale e i suoi effetti dannosi. Cf
Battesimo dei bambini; Caduta (La); Concupiscenza; Corruzione totale; Immacolata
Concezione; Luteranesimo; Pelagianesimo; Soprannaturale; Teologia naturale.
Pelagianesimo. (inizio)
Eresia riguardante la grazia, iniziata con Pelagio (vissuto verso il 400),
monaco bretone o irlandese il quale, prima a Roma e poi nel Nord Africa, insegnò
che gli esseri umani possono raggiungere la salvezza coi loro soli sforzi. Il
peccato originale non sarebbe altro che un cattivo esempio dato da Adamo ma che
non recò nessun danno spirituale ai suoi discendenti e, in particolare, lasciò
intatto l'uso naturale della libera volontà. Riducendo la grazia al buon
esempio dato da Cristo, Pelagio esortava ad una vita ascetica intensa e
patrocinava una Chiesa elitaria. Sant'Agostino di Ippona (354‑430) gli si
oppose strenuamente. Il Pelagianesimo fu condannato in vari concili del Nord
Africa (DS 222‑230; FCC 3.049‑3.050, 8.001‑8.007), da due papi
e dal Concilio di Efeso nel 431 (DS 267‑268). Cf Agostinianismo;
Messaliani; Peccato originale; Semi‑pelagianesimo.
Pellegrinaggio. (inizio)
Viaggio di devozione presso luoghi sacri. Questa pratica è comune al
cristianesimo e ad altre religioni del mondo. Dopo la conversione
dell'imperatore Costantino nel 312, i pellegrinaggi in Terra Santa e presso le
tombe dei martiri a Roma aumentarono. Altre méte tradizionali e moderne di
pellegrinaggi cristiani sono san Giacomo di Compostella (Spagna), i santuari
mariani di Lourdes (Francia), di Fatima (Portogallo), e dell'isola di Tinos
(Grecia) dove gli Ortodossi venerano in modo speciale la dormizione di Maria. Cf
Assunzione della Beata Vergine Maria; Martiri.
Penitenza. Cf Sacramento della penitenza; Virtù della
penitenza.
(inizio)
Pentarchia (Gr. « governo di cinque »). (inizio)
Una teoria, popolare specialmente nel primo millennio, secondo cui la Chiesa
cristiana una e indivisa doveva essere governata dai patriarchi di Roma,
Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Con lo scisma fra
l'Oriente e l'Occidente (definitivo solo col rifiuto del Concilio di Firenze),
le Chiese greche ortodosse parlarono di tetrarchìa (Gr. « governo di quattro
»). Però, l'idea di una pentarchìa non è mai stata interamente abbandonata e
suggerisce alcune possibilità ecumeniche. Cf
Codice dei Canoni delle Chiese Orientali; Concilio di Firenze; Patriarca;
Primato; Scisma.
Pentateuco (Gr. «
cinque libri »). (inizio)
Nome comune tra i Cattolici e gli Ortodossi per designare i primi cinque
libri della Bibbia (= Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio), chiamati
dagli Ebrei « la Toràh » e da
alcuni Protestanti « i primi cinque libri
di Mosè ». La tradizione che ritiene Mosè per autore va intesa nel senso
che gran parte della storia e della legislazione riportate in questi libri si
ispira a Mosè. Seguendo alcune intuizioni di Jean Astruc (1684‑1766),
Johann Gottfried Eichhorn (1752‑1827) ritiene come fonti del Pentateuco il
documento Jahvista (J) e quello Elohista (E). Julius Wellhausen
(1844‑1918) scoprì un'altra fonte, il Codice Sacerdotale (P), a cui in
seguito fu aggiunta la fonte Deuteronomista (D), e si hanno così le cosiddette
quattro Fonti. Oggi, una maggiore attenzione alle tradizioni orali e ad altri
fattori ha modificato qualsiasi teoria netta e precisa circa i quattro documenti
preesistenti (J, E, P e D) da cui semplicemente sarebbero stati scritti i libri
del Pentateuco. Cf Antico Testamento;
Bibbia; Toràh.
Certe comunità cristiane che accentuano il battesimo nello Spirito e i doni
speciali, come la guarigione, la profezia e il parlare in lingue (1 Cor
14,1‑40). Queste assemblee ebbero origine nel Kansas e in California
all'inizio del XX secolo. A partire dagli anni '60, molti gruppi carismatici di
preghiera sono sorti nella Chiesa Cattolica e nelle altre principali Chiese
cristiane. Sono aperti al rinnovamento nello Spirito e si servono dei loro
carismi (1 Cor 12,4‑11) per il bene dell'intero Popolo di Dio. A
differenza dei Pentecostali, questo rinnovamento non organizza assemblee
distinte, ma mira ad aiutare tutti i battezzati a fare esperienza della loro
vita nuova nello Spirito. Cf Carismi;
Glossolalia; Miracolo; Profezia; Spirito Santo.
Pentecoste (Gr. « il cinquantesimo giorno »). (inizio)
Oltre alla festa di Pasqua (cinquanta giorni prima) e la Festa dei
Tabernacoli in autunno, la terza festa più importante degli Ebrei era quella
che in origine celebrava il raccolto del grano e in seguito la Legge data a Mosè
sul Monte Sinai. Come festa cristiana, la Pentecoste ricorda il giorno in cui lo
Spirito Santo scese sui discepoli, Pietro predicò al popolo e ai pellegrini che
si trovavano a Gerusalemme e circa tre mila persone accolsero il suo messaggio e
si fecero battezzare (At 2,1‑42). Dalle Costituzioni Apostoliche e dalla pellegrina Eteria, sappiamo che nei
Luoghi Santi i cristiani celebravano già questa festa nel IV secolo. Il
dodicesimo canone del Concilio di Nicea I (325) parla della « Pentecosté »
come del periodo che va dal giorno di Pasqua alla prima domenica dopo
Pentecoste, periodo in cui era vietato il digiuno e le preghiere, che
camprendevano molti Alleluia, si
dicevano in piedi. La Festa di Pentecoste è anche chiamata nei paesi di lingua
inglese Whitsunday, inglese antico per White
Sunday (= domenica bianca) probabilmente perché era un giorno (l'ultimo
giorno?) in cui i neofiti (battezzati di recente) indossavano i loro abiti
bianchi. Nella liturgia bizantina, la celebrazione di Pentecoste occupa due
giorni consecutivi: nella domenica, si celebra la pienezza della rivelazione
della Trinità (mentre nel rito latino, la Trinità viene festeggiata la
domenica successiva che si chiama appunto « domenica della Santissima Trinità
»); il lunedì, poi, si ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli.
Cf Pasqua ebraica; Pentikostàrion;
Spirito Santo.
Pentikostàrion.
(inizio)
È il libro dei propri liturgici stagionali usato nella liturgia bizantina
per gli uffici divini dalla domenica di Pasqua fino alla domenica di Pentecoste
compresa. Cf Ottoeco; Pasqua; Pentecoste.
Pentimento. Cf Metànoia.
(inizio)
La condizione di coloro che sono maturi, completi e senza biasimo (Gb 1,1).
Il discorso della Montagna indica Dio come l'ideale della nostra perfezione (Mt
5,48), un intento che è strettamente connesso con l'impegno totale nella legge
dell'amore (Mc 12,28‑34; Col 3,14), e che costituisce la ricerca di tutta
la vita (Fil 3,12). Tutti i battezzati sono chiamati alla perfezione, e alcuni
alla pratica dei « tre consigli di perfezione »: povertà volontaria (Mt
19,21), astensione completa da rapporti sessuali (cf Mt 19,10‑12) e
obbedienza ad un superiore religioso. Cf
Amore; Santità; Vita religiosa.
Pericoresi cristologica
(Gr. « che va attorno »). (inizio)
L'interpenetrazione della natura divina e di quella umana di Cristo. Mentre
entrambe rimangono intatte e non confuse, combaciano senza separazione o
divisione (cf DS 112, 113, 115, 1301, 1331; FCC 6.001‑6.003, 6.070,
6.075). Cf Concilio di Calcedonia;
Incarnazione; Unione ipostatica.
La presenza, inerenza e
interpretrazione reciproche delle tre persone divine. San Gregorio Nazianzeno
(329‑389) introdusse questo termine che acquistò il suo pieno significato
tecnico con san Giovanni Damasceno (circa 675 ‑ circa ‑ 749). Cf
Relazioni divine; Trinità immanente.
Termine usato originariamente per indicare il ruolo compiuto da uno sul
palco o nella vita. Boezio (circa 480 circa 524) definì classicamente la
persona come « rationalis naturae individua substantia » (Lat. « una sostanza
singola di natura razionale »). Lungo i secoli, furono esplicitati o aggiunti
vari aspetti di ciò che è una persona: relazione, incomunicabilità,
autocoscienza, libertà, doveri, diritti e dignità inalienabili. Per Immanuel
Kant (1724‑1804), la persona umana è un assoluto che non può mai essere
usato come mezzo, ma deve sempre essere rispettata come fine morale in sé.
Oggi, si sottolinea molto il fatto che le persone sono sempre
persone‑in‑relazione, che si costituiscono attraverso le relazioni
con gli altri e con l'ambiente. Cf
Ipostasi; Io e Tu; Personalismo; Persone della Trinità; Trinità immanente.
Personalismo. (inizio)
Una filosofia centrata sull'unico valore delle persone umane. Da una parte,
si oppone alle ideologie totalitarie (che subordinano il bene dei singoli a
quello della collettività), al « behaviorismo » e a qualsiasi psicologia che
consideri gli esseri umani come casi da studiare e da interpretare semplicemente
in termini delle loro funzioni e reazioni. D'altra parte, il vero personalismo
esclude qualsiasi individualismo egoistico intento unicamente ai propri «
interessi » a danno degli altri. Molti (pure diversi) pensatori possono essere
chiamati personalisti: per esempio, Nicola Berdiaev (1874‑1948), E. S.
Brightman (1884‑1953), Martin Buber (1878‑1965), Ferdinando Ebner
(1882‑1931), Emmanuel Mounier (1905‑1950) e Michael Polanyi
(1891‑1976). Cf Persona.
Persone della Trinità. (inizio)
Sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che possiedono l'unica natura
divina e sussistono in relazione fra di loro. Nel parlare delle Persone divine,
i Padri Greci preferivano la parola ipostasi
(Gr. « individuo sussistente ») alla parola pròsopon
(Gr. « volto ») che avrebbe potuto insinuare un puro modalismo (« tre volti
di Dio »). Avevano difficoltà ad accettare la parola latina persona, anche se Tertulliano (circa 160 ‑ circa 225) aveva
introdotto questo termine proprio per combattere il modalismo di Prassea. Per
parte loro, i teologi occidentali temevano e combattevano le tendenze
triteistiche (« tre dèi ») nel parlare della Trinità. Cf Ipostasi; Modalismo; Ousìa; Patripassianismo; Persona; Relazioni
divine.
È una visuale del mondo che sottolinea la presenza del male e pensa che
prima o poi esso finirà per vincere. Contro l'ottimismo di Goffredo Guglielmo
Leibniz (1646‑1716) e la sua affermazione secondo cui « questo è il
migliore dei mondi », Voltaire (1694‑1778), scosso dal tremendo terremoto
di Lisbona, scrisse il suo lavoro Candido
(1759). Pur riconoscendo che il peccato ed altri mali turbano e danneggiano la
nostra condizione umana, i cristiani attingono speranza nella loro vita di
grazia ed aspettano la vittoria definitiva della risurrezione universale (Rm
8,18‑25; Ap 21,1‑4). Cf
Escatologia; Grazia; Mistero del male; Peccato originale.
Un movimento revivalista del Protestantesimo che ricevette forma da Filippo
Giacobbe Spener (1635‑1705) e che (per reagire all'ortodossia formalista
prevalente della Chiesa ufficiale), enfatizzò la preghiera, la lettura della
Bibbia, l'esperienza religiosa ed impegnò la vita cristiana in piccole comunità.
Altri nomi importanti di questo movimento sono: lo scrittore di inni Paul
Gerhardt (circa 1607‑1676), Nicola Lodovico Graf von Zinzendorf
(1700‑1760) ed il mistico Gerhard Tersteegen (1697‑1769). Il
pietismo favorì la nascita del Metodismo ed influenzò teologi come Federico
Daniele Ernesto Schleiermacher (1768‑1834). Cf
Luteranesimo; Metodismo; Protestante; Protestantesimo liberale.
Cf Ministero
petrino.
Vaso più grande di un calice, che contiene le particole che vengono
consacrate per la comunione o per essere conservate nel tabernacolo.
Cf Calice.
La filosofia ispirata da Platone (427‑347 a.C.) la cui Accademia
rimase un centro di pensiero, anche se non necessariamente di platonismo, fino a
quando fu chiusa dall'imperatore Giustiniano I (483‑565) nel 529 d.C. I
famosi Dialoghi in cui Platone
presenta Socrate che discute coi Sofisti ed altri, convergono su un tema
centrale: le asserzioni circa la giustizia, la verità, la bontà, la bellezza
ed altre realtà nel nostro mondo mutevole e visibile sono valide se possono
essere « universalizzate », e questo orienta verso un mondo più ampio di Idee
eterne, immutabili ed universali. Le nostre anime preesistevano in quel mondo e
godono di una conoscenza innata che deriva dalla loro precedente visione delle
Idee. Clemente di Alessandria (circa 150 ‑ circa 215) e Origene (circa 185
‑ circa 254) attinsero molto da Platone. Origene accettò perfino la
preesistenza dell'anima umana (cf DS 403‑404; FCC 3.027). Inizialmente, fu
il platonismo « medio » con la sua accentuazione dell'assoluta trascendenza di
Dio ad influenzare i Padri. In un certo senso, la crisi dell'Arianesimo fu una
crisi di questa forma di platonismo. Il neo‑platonismo ebbe il suo impatto
su sant'Agostino di Ippona (354‑430), sui suoi discepoli e sui platonici
del Rinascimento come Marsilio Ficino (1433‑1499). Diversamente
dall'Occidente, dove l'aristotelismo finì più o meno per prevalere, in Oriente
il platonismo dominò con umanisti come Michael Psellus (circa 1019 ‑
circa 1078) e con teologi che illustrarono la deificazione col concetto
platonico di partecipazione. Matthew Arnold (1822‑1888) era del parere che
ognuno nasce o platonico o aristotelico. Comunque, Alfred North Whitehead
(1861‑1947) diede la precedenza al maestro di Aristotele asserendo che
tutta la filosofia non è altro che una serie di note in calce a Platone. Cf
Agostinianismo; Arianesimo; Aristotelismo; Deificazione; Idealismo;
Neo‑platonismo; Origenismo; Padri della Chiesa; Teologia alessandrina;
Universali.
Nelle lettere paoline, il termine si riferisce alla pienezza di Dio (Ef
3,19), alla piena misura della divinità di Cristo (Col 1,19; 2,9), alla Chiesa
in quanto pienezza di Cristo che penetra l'universo (Ef 1,23) e alla pienezza
del tempo quando fu mandato il Figlio di Dio a farsi uomo (Gal 4, 4). Gli
Gnostici applicavano il termine plèroma
agli attributi del Figlio, i quali attraverso una serie di emanazioni preparano
il passaggio al kènoma (Gr. «
vuotezza », « vuoto »). Cf Emanazione;
Gnosticismo; Kenosi.
Pluralismo. (inizio)
Concezione filosofica che non cerca di ridurre ogni cosa a un solo principio
ultimo. A seconda di come si accetta una varietà di culture, di partiti
politici o di confessioni religiose, il pluralismo assume una forma culturale,
politica o religiosa. In reazione ad un rigido uniformismo, il Concilio Vaticano
II accolse una diversità conveniente nelle tradizioni e nel culto cristiano (SC
37; UR 14‑17). Pochi mesi dopo aver annunciato il 25 gennaio 1959 la sua
intenzione di convocare il Concilio Vaticano II, Giovanni XXIII ricordò la
massima tradizionale: « In essentialibus
unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas » (Lat. « unità nelle cose
essenziali, libertà in quelle discutibili, carità in tutte »). Alcuni
distinguono un « pluralismo » che spezza la vera unità della fede e della
teologia da una legittima « pluriformità » mediante cui la fede cristiana si
esprime in modi vari. Cf Chiesa e Stato;
Chiese Orientali; Coscienza classica; Dualismo; Libertà religiosa; Monismo;
Rito.
Si chiama così quel settore della teologia che studia lo Spirito Santo. Le
lettere di san Paolo attestano il ruolo dello Spirito nella rivelazione di Dio,
nel condurre alla fede, nell'ispirare la preghiera, nel dimorare nella Chiesa,
nel benedire la comunità con vari carismi e nel portare al compimento finale
tutto e tutti in Cristo (Rm 8,1‑27; 1 Cor 2,10‑16; 12,1‑11;
Gal 4,6). Spesso, lo Spirito Santo non è stato studiato in un trattato
specifico, ma nel contesto di altri temi importanti come la teologia trinitaria,
l'ecclesiologia, l'antropologia soprannaturale e la teologia sacramentaria. La
« trascuratezza » di questo tema corrisponde a ciò che san Basilio Magno
(circa 330‑379) chiamava il carattere kenotico
(Gr. « vuoto ») dello Spirito che viene nell'anonimato a confermare in noi
l'immagine del Figlio. Per mutuare un'immagine di Gustave Flaubert
(1821‑1880), si può dire che lo Spirito Santo agisce in un certo modo
come un autore nelle sue opere: è dovunque e in nessuna parte in particolare.
In un certo senso, lo studio dello Spirito appartiene a tutti i settori della
teologia anziché essere limitato ad uno particolare. Il Concilio Vaticano II,
per esempio, nel suo insegnamento sulla Chiesa (LG 3‑4, 9‑17), fa
vedere come le riflessioni cristologiche e quelle pneumatologiche si postulano e
si completano reciprocamente. Cf Cristologia;
Grazia; Spirito Santo; Trinità.
Una sètta della fine del IV secolo che negava la piena divinità dello
Spirito Santo. Sono chiamati anche Macedoniani, probabilmente perché dopo la
morte del vescovo Macedonio di Costantinopoli (morto verso il 362) si fusero con
i suoi seguaci. Furono condannati nel Concilio Costantinopolitano I (381) che
definì la divinità dello Spirito Santo, ma senza chiamare lo Spirito
consostanziale col Figlio (cf DS 150‑151; FCC 0.509). Cf
Concilio Costantinopolitano I; Concilio di Nicea I; Macedoniani; Spirito Santo.
L'avere più di una moglie (o più di un marito) contemporaneamente. Al
tempo dei patriarchi dell'AT e anche dopo (Dt 21,15‑17), la poligamia era
ammessa. Appellandosi al piano originario di Dio (Gn 2,24), Gesù difese la
monogamia (Gr. « un solo matrimonio ») e respinse il divorzio e il matrimonio
dopo il divorzio che equivale ad una poligamia susseguente (Mc 10,2‑12).
Il Concilio Vaticano II condannò la poligamia in quanto contraria alla vera
dignità del matrimonio (GS 47). Cf
Matrimonio.
La teoria secondo cui la stirpe umana non proviene da una coppia originaria
di antenati, come afferma il monogenismo,
ma da parecchie. L'enciclica Humani
Generis (1950) di Pio XII mise in guardia contro il poligenismo in quanto
non sembra chiaramente conciliabile con la dottrina del peccato originale e con
la sua trasmissione a tutti i discendenti di Adamo ed Eva (DS 3897; FCC 3.072).
Dopo il 1950, teologi di fama e di sicura ortodossia, appoggiandosi su una
esegesi seria e su una interpretazione più accurata di Rm 5,12‑19, hanno
proposto vari modi per conciliare la fede nel peccato originale col poligenismo.
Nello stesso tempo, però, alcuni biologi odierni sostengono che la nostra
stirpe deriva non da molte famiglie, ma da una sola. Cf
Creazione; Evoluzionismo; Peccato originale.
È la credenza che ci siano molte divinità, spesso raggruppate attorno ad
una divinità suprema in un pàntheon (Gr.
« tutti gli dèi »). Esisterebbe fra di loro una certa gerarchia e
personificherebbero le varie esperienze e funzioni della vita. Le religioni
politeiste furono praticate nelle culture antiche dell'Africa, dell'Asia, della
Grecia, di Roma e si possono trovare anche in certe culture moderne. Alcuni
studiosi hanno sostenuto che nella storia delle religioni del mondo il
politeismo sarebbe giunto ad un certo momento al livello più alto di
monoteismo, mentre, secondo altri, sarebbe stato il monoteismo a cadere nel
politeismo. I dati storici e antropologici sembrano troppo complessi perché si
possano accettare simili teorie sempliciste. Cf Monoteismo; Teismo.
Cf Teologia
politica.
Popolo di Dio. (inizio)
Israele in quanto popolo eletto di Dio, messo da parte dalle altre nazioni e
prediletto da Dio con una alleanza speciale (Es 5,1; 19,3‑6; Dt 4,20;
7,6‑8; Is 43,20‑21; Ger 31,33; Sal 100,3). Per il NT, coloro che
credono nel Cristo formano il nuovo popolo di Dio (Rm 9,25‑26; 1 Pt
2,9‑10; Ap 21,3). Il Concilio Vaticano II usò il termine « Popolo di Dio
» come una designazione fondamentale della Chiesa (LG 9‑17) e il tema è
stato poi sviluppato da alcuni esponenti della teologia della liberazione.
Cf Alleanza; Berith; Chiesa; Ecclesiologia; Teologia della liberazione.
Positivismo. (inizio)
La filosofia resa popolare da Augusto Comte (1798‑1857) secondo cui
conosciamo solo ciò che percepiamo attraverso i sensi. Si respingono perciò
gli intenti teologici e metafisici, e si aspira a riorganizzare la società su
linee scientifiche. Tra le due guerre mondiali, i positivisti logici, come
Alfred Ayer (1910‑1989), hanno sostenuto che solo le asserzioni che sono o
tautologiche o che possono essere attestate dall'osservazione empirica sono
dotate di significato. Questo principio non è né tautologico né aperto alla
verifica di queste osservazioni. Cf Materialismo;
Metafisica; Scienza e religione.
È la natura umana in quanto aperta alla grazia divina. Il termine risale a
san Tommaso d'Aquino (circa 1225‑1274) e al beato Pietro di Tarantasia
(circa 1224‑1276), conosciuto anche come papa Innocenzo V. Nella teologia
post‑tridentina, questa apertura umana a Dio fu spesso interpretata in
forma statica. Henri de Lubac (1896‑1991) e altri hanno usato il termine
per indicare come gli esseri umani sono dinamicamente aperti alle iniziative di
Dio. Cf Grazia.
Cf Gerarchia;
Giurisdizione; Ordinazione.
Potere di ordine. (inizio)
Cf
Gerarchia; Giurisdizione; Ordinazione.
a) La condizione di coloro che sono privi dei beni e servizi essenziali come
vitto, vestito, alloggio e, per analogia, la situazione di coloro che in vari
modi sono poveri spiritualmente. L'Enciclica di Giovanni Paolo II del 1987 Sollicitudo
rei socialis (cf nn. 14‑19), come anche molti pastori della Chiesa ed
altri cristiani, hanno denunciato profeticamente le condizioni di vita
sub‑umane a cui sono costretti milioni di persone a causa di guerre,
armamenti militari, avidità delle nazioni ricche ed altri fattori.
b) Come consiglio evangelico,
la povertà significa la rinuncia volontaria alla proprietà privata per seguire
Cristo più da vicino (cf Mc 10,17‑22; 2 Cor 8,9), servire gli altri più
liberamente e testimoniare più visibilmente il valore assoluto del Regno di Dio
(PC 13). Il CIC sintetizza ciò che è essenzialmente implicato nella pratica
del consiglio evangelico della povertà negli istituti di vita religiosa e
consacrata.
Cf Anawim; Beatitudini; Consigli evangelici; Diritti umani; Dottrina
sociale; Giustizia; Opzione per i poveri; Teologia della liberazione; Vita
religiosa; Voto.
Un movimento filosofico americano iniziato da Charles Sanders Peirce
(1839‑1914) e sviluppato da William James (1842‑1910) e John Dewey
(1859‑1952). Nell'illustrare la realtà dell'esperienza, questa scuola
attestava la verità delle asserzioni con i risultati pratici. Dewey, in
particolare, ebbe una profonda influenza sul pensiero e sull'educazione
americana. Il pragmatismo influenzò anche George Tyrrell (1861‑1909) ed
altri modernisti. Cf Filosofia; Modernismo.
Attività auto‑critica che non si accontenta di un'asserzione
puramente teorica della verità, ma mira a verificare la verità col trasformare
la società. Il discepolato cristiano richiede una prassi centrata su Gesù, e
lungi dal disprezzare il culto pubblico della Chiesa, porta ad esso ed è un suo
frutto. Cf Ortodossia; Ortoprassi; Scuola
di Francoforte; Teologia politica.
Preamboli della fede. (inizio)
I presupposti della fede cristiana che possono essere esplicitati per
mostrare come l'atto di fede è anche un atto umano razionale. Da una parte,
l'esperienza umana, specialmente nei suoi aspetti più profondi, può aiutare ad
ascoltare e ad accogliere con fede la parola rivelata. D'altra parte,
l'accettazione della auto‑comunicazione di Dio in Cristo presuppone una
qualche conoscenza di Dio, della sorte umana (cf Rm 1,19‑20; 2,15; Eb
11,6) e della storia del Gesù terrestre. Cf
Analisi della fede; Fede.
Essere eletti alla salvezza mediante l'eterna prescienza e volontà di Dio
(cf Mt 20,23; Gv 10,29; Rm 8,28‑30; Ef 1,3‑14). La controversia
pelagiana portò sant'Agostino di Ippona (354‑430) a formulare alcune
asserzioni estremiste sulla elezione da parte di Dio: dalla « massa di peccato
» che è la stirpe umana, Dio elegge alcuni per la salvezza eterna. Negando la
volontà salvifica universale di Dio, Giovanni Calvino (1509‑1564)
sosteneva una duplice predestinazione: alcuni sono eletti da Dio per la salvezza
eterna e gli altri per la dannazione eterna. Questa teoria è stata sostenuta
dal monaco Gottescalco (circa 804 ‑ circa 869) condannata in sinodi a
Magonza e a Quiercy (cf DS 621, 685, 1567; FCC 8.043, 8.100). Mentre rivendica
giustamente il primato della grazia divina da cui dipendiamo in grado sommo, la
predestinazione non va, però, spinta fino al punto di negare o la volontà
salvifica universale di Dio (1 Tm 2,3‑6), o la libertà umana. Cf
Apocatàstasi; Calvinismo; Grazia; Libertà; Merito; Molinismo; Pelagianesimo;
Prescienza; Providenza; Salvezza.
Predicazione.
(inizio)
L'atto di proclamare la Parola di Dio nel culto cristiano, o di invitare
alla conversione e al culto. Preceduto da Giovanni Battista (Mc 1,1‑8),
Gesù ha proclamato la Buona Novella di Dio (Mc 1,14‑15) ed ha mandato i
Dodici a predicare (Mc 6,7‑13). Pietro (Gal 2,7‑8), Paolo e altri
missionari cristiani hanno proclamato il vangelo di Gesù crocifisso e risorto
dai morti come Cristo, Signore e Figlio di Dio (Rm 1,1‑6.15‑16;
10,14‑18; Gal 1,15‑16). Tra i grandi predicatori cristiani vanno
ricordati: san Giovanni Crisostomo (circa 347‑407), sant'Agostino di
Ippona (354‑430), il vescovo Giacomo Benigno Bossuet (1627‑1704),
Luigi Bourdaloue (1632‑1704), John Wesley (1703‑1791), John Henry
Newman (1801‑1890). L'Ordine dei Predicatori » è il nome dato all'Ordine
religioso fondato da san Domenico di Guzman (1170‑1221). Di fronte alla
rivoluzione moderna dei mezzi di comunicazione sociale, lo stile di predicazione
è cambiato notevolmente per servire meglio le sfide dell'evangelizzazione. Cf Catechesi; Culto; Evangelizzazione; Kèrigma; Omiletica; Parola di Dio;
Proclamazione.
Preesistenza.
(inizio)
La fede secondo cui Gesù di Nazaret eraè personalmente identico col Figlio
di Dio il quale è esistito da tutta l'eternità ed è entrato in questo mondo
per manifestarsi nella storia umana (Gv 1,14; 1 Cor 8,6; 2 Cor 8,9; Fil
2,5‑11; Col 1,15‑17; Eb 1,2‑3). Quantunque il pensiero ebraico
pre‑cristiano ammettesse intermediari tra Dio e il mondo, non ci sono
precedenti che si possano dimostrare per il concetto della piena preesistenza
personale di Cristo come Figlio di Dio e Lògos
che « scende » su questa terra. Nell'ebraismo pre‑cristiano, la Sapienza
e il Lògos sono soltanto metafore
vivaci che indicano attributi e attività di Dio. Platone (427‑347 a.C.)
parlava delle idee preesistenti che servivano da modelli al demiurgo per fare il
mondo. La sua filosofia incoraggiò Origene (circa 185 ‑ circa 254) a
sostenere che Dio aveva creato spiriti il cui uso o abuso della libera volontà
li avrebbe resi angeli o demoni, o anche trasformati in anime abitate da corpi
umani. Cf Cristologia dall'alto; Demiurgo;
Eternità; Incarnazione; Lògos; Sapienza.
Originariamente, nel rito latino, indicava qualsiasi preghiera « detta
davanti » al popolo. Adesso, si riferisce unicamente a quella preghiera che
introduce il « Ca
none » nella Messa latina e che elenca i motivi per cui si deve lodare Dio.
I Prefazi variano coi periodi dell'anno (per es., Avvento, Quaresima, Pasqua e
Pentecoste) come anche a seconda delle varie feste (per es., quelle della Beata
Vergine Maria, degli Apostoli, dei Martiri). Cf Eucaristia; Liturgia; Preghiera eucaristica.
Preghiera.
(inizio)
È definita tradizionalmente con Evagrio Pontico (346‑399): « il
dialogo della mente con Dio », o, con san Giovanni Damasceno (circa 675 circa
749): « elevazione della mente a Dio ». La parola « mente » non va qui
intesa come un modo puramente intellettuale: la preghiera coinvolge anche la
nostra libertà e i nostri sentimenti. Dio è presente in un modo che va ben
oltre la presenza di due « partners » umani dialoganti. Pregare vuol dire:
invocare, adorare, lodare, ringraziare, esprimere pentimento, chiedere grazie al
nostro Creatore e Signore personale. La preghiera può essere espressa ad alta
voce o silenziosamente nel cuore, può essere fatta da soli o con altri,
all'interno della liturgia ufficiale o fuori di essa. Gesù ha pregato in
pubblico ed in privato (per es., Mc 1,35; 6,46; 14,12‑26.32‑42), ha
insegnato ai suoi discepoli a pregare (Mt 6,9‑13; 7,7‑11; Lc
11,1‑4), con loro ha ereditato la preghiera tradizionale dell'AT
rappresentata classicamente dai Salmi. La ricchissima raccolta di preghiere del
NT è condensata nei primi capitoli del Vangelo di Luca (Lc
1,46‑55.68‑79; 2,14.29‑32). I cristiani sanno che lo Spirito
Santo rende possibile la loro vita di preghiera (Rm 8,15.26‑27; Gal 4,6).
Cf Acemeti; Ascesi; Contemplazione; Culto;
Esicasmo; Filocalìa; Intercessione; Liturgia; Liturgia delle ore; Meditazione;
Mistica; Preghiera impetratoria; Preghiera di Gesù; Teologia apofatica;
Teologia catafatica.
Preghiera di Gesù. (inizio)
Una preghiera popolare degli Orientali che consiste nel ripetere il nome di
Gesù in una breve formula: « Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà
di me ». Ci sono molte varianti, fra cui l'aggiunta russa alla fine: «
peccatore ». La preghiera di Gesù, che echeggia invocazioni (Mc
10,47‑48; Lc 23,42) e acclamazioni (1 Cor 12,30) già presenti nel NT,
proviene da una spiritualità monastica desiderosa di pregare sempre (cf Lc
18,1; Ef 6,18; 1 Ts 5,17). A partire dal XIII secolo, è stata spesso
accompagnata da una tecnica di respiro. Cf
Esicasmo; Filocalia.
Preghiera eucaristica.
(inizio)
La preghiera che è al centro dell'Eucaristia e che nella liturgia romana è
chiamata « canone ». Alcune forme successive sembrano essere varianti della
prima preghiera eucaristica sviluppata pienamente e che si trova nella Tradizione
Apostolica (circa 215), spesso attribuita a sant'Ippolito di Roma. Con
alcune varianti nell'ordine, una preghiera eucaristica contiene i seguenti
elementi: un dialogo introduttorio tra il celebrante e l'assemblea, una
preghiera di lode e di ringraziamento, il racconto dell'istituzione
dell'Eucaristia, l'anàmnesi che ricorda le azioni salvifiche di Dio, l'epìclesi
che invoca la discesa dello Spirito, le commemorazioni o intercessioni, e la
dossologia finale. Cf Anàmnesi; Anàfora;
Canone; Dossologia; Epìclesi; Intercessione.
Pregare Dio per le proprie necessità e per quelle altrui. Questa preghiera
è legittima nella misura in cui preghiamo Dio di esaudirci secondo la sua
volontà e per il nostro vero bene (Gn 18,22‑33; Mt 6,9‑13;
7,7‑11; Lc 11,1‑13; cf DS 957‑959). Cf
Intercessione; Preghiera.
Preparazione al Natale.
(inizio)
In Occidente, si chiama Avvento. I Siriani Orientali chiamano la loro
preparazione che abbraccia le quattro domeniche prima di Natale, subàra
(in Siriaco: « Annunciazione »). I Siriani Occidentali fanno altrettanto nelle
sei domeniche che precedono il Natale. Entrambi celebrano in questa stagione
l'annunciazione a Maria e la nascita di san Giovanni Battista. Nella tradizione
bizantina, questo periodo che precede il Natale comincia il 15 novembre e
comprende un digiuno di quaranta giorni, chiamato alle volte « digiuno di
Filippo », perché comincia il giorno dopo la festa dell'Apostolo san Filippo.
Cf Annunciazione; Avvento; Calendario liturgico; Digiuno; Liturgia.
Presbiterianesimo.
(inizio)
Una forma di governo di Chiesa che si distingue, da una parte,
dall'episcopalismo o governo dei vescovi, e, dall'altra, dal congregazionalismo
o governo della comunità. Il governo comprende una serie di commissioni fino
all'Assemblea Generale coi ministri rappresentanti e gli anziani che vi
partecipano dopo che sono stati eletti. I Presbiteriani sono nella tradizione di
Giovanni Calvino (1509‑1564) e del riformatore scozzese John Knox (circa
1505‑1572). La Chiesa di Scozia è l'unica Chiesa presbiteriana ad essere
anche una Chiesa di Stato. Cf Anziani;
Calvinismo; Episcopaliani; Teologia congregazionalista.
Termine usato per i capi di una sinagoga, per i membri del Sinedrio giudaico
o del supremo concilio di Gerusalemme, e per coloro che erano a capo delle prime
comunità cristiane (cf At 11,30; 14,23). In origine, pare che « presbiteri »
fosse sinonimo di episkopoi (Gr. «
ispettori ») (cf Fil 1,1; Tt 1,5.7). Nella Chiesa di Gerusalemme, i «
presbiteri » erano collaboratori degli Apostoli (At 15,2.4.6.22‑23;
16,4). Al tempo di sant'Ignazio di Antiochia (circa 35 ‑ circa 107), i
presbiteri (o sacerdoti) erano una categoria che veniva dopo gli ispettori (o
vescovi) e prima dei diaconi. Il decreto del Concilio Vaticano II sui sacerdoti
è intitolato Presbyterorum Ordinis (1965).
Cf Anziani; Diacono; Sacerdoti; Vescovo.
Prescienza.
(inizio)
La conoscenza di Dio di tutti
gli eventi futuri. Siccome alcuni eventi futuri dipendono in parte dalla scelta
umana, sorge il problema di come conciliare la prescienza divina con la libertà
umana. Cf Libertà; Predestinazione;
Profeta; Sistemi della grazia.
Presenza reale.
(inizio)
Tra le varie presenze del Cristo risorto nel nostro mondo, la presenza per eccellenza
(SC 7) è quella eucaristica. Dopo la consacrazione nella Messa, Cristo è
presente col suo corpo, sangue, anima e divinità sotto le specie del pane e del
vino (cf DS 1637; 1640‑1641, 1651‑1653; FCC 9.136, 9.139,
9.149.9.151). Cf Consacrazione; Eucaristia; Transostanziazione.
Cf Sangue di Cristo.
L'ufficio del vescovo capo, ossia primate
in una Chiesa e il rispetto dovuto al suo rango. Primato di onore significa la presidenza nei sinodi e nelle
assemblee, ma non comporta un'autorità speciale oltre la propria diocesi, come
è il caso dell'arcivescovo di Canterbury nella Comunione Anglicana. Il primato
di giurisdizione del papa comporta invece una reale autorità nel governo
pastorale dell'intera Chiesa (cf DS 875, 3059‑3060, 3063‑3064 e
3074; FCC 7.150, 7.184‑7.185, 7.188‑7.189, 7.198). Molti Ortodossi
riconoscono al Papa un primato di onore, ma non una reale giurisdizione.
Comunque, quando Giovanni Paolo II visitò Costantinopoli nel 1979, il Patriarca
Demetrio I lo salutò con le parole di sant'Ignazio di Antiochia (circa 35
‑ circa 107) che descriveva la Sede Romana come quella che « presiede
nella carità », titolo prestigioso che indica un servizio pastorale per
l'intera Chiesa. Nella Chiesa Armena come anche in quella Siriana, il primate è
chiamato catholicos (Gr. « capo
generale »). Cf Autorità; Chiesa
Apostolica Assiriana d'Oriente; Cristianità Armena; Diocesi; Giurisdizione;
Papa; Sinodo; Vescovo.
Priscillianismo.
(inizio)
Un'eresia del IV secolo capeggiata dallo spagnolo Priscilliano, predicatore
e già vescovo di Avila. Questa eresia dualistica mutuava elementi dallo
Gnosticismo e dal Manicheismo e seguiva le tendenze sabelliane nell'interpretare
« Padre », « Figlio » e « Spirito Santo » come tre puri modi o aspetti,
cioè, tre maniere di considerare lo stesso Dio. La reazione a questa eresia
accelerò gli sviluppi della dottrina trinitaria e la Spagna fu la prima nazione
cattolica a fare uso del « Filioque » nella sua professione di fede. Nel 386,
nonostante le proteste di san Martino di Tours (morto nel 397), Priscilliano fu
messo a morte dalle autorità civili di Treviri (cf DS 188‑208,
283‑286, e 451‑464; FCC 3.001, 3.003, 3008, 5.006,
6.019‑6.023). Cf Dualismo;
Gnosticismo; Manicheismo; Modalismo; Patripassianismo.
Privilegio paolino.
(inizio)
Il diritto di risposarsi che hanno quelle persone che si sono convertite al
cristianesimo e trovano che il loro consorte non cristiano vuole separarsi o non
permette loro di praticare pacificamente la religione cristiana (CIC 1143). San
Paolo per primo affermò questo privilegio (1 Cor 7,12‑15). Cf Impedimenti
del matrimonio; Matrimoni.
Probabilismo. (inizio)
Un sistema di teologia morale caratterizzato dal principio secondo cui se,
dopo aver cercato di arrivare alla certezza, rimane un dubbio oggettivo circa
l'esistenza di una legge o sulla sua applicazione, è lecito agire in base ad
un'opinione puramente probabile, anche se l'opinione opposta, favorevole a
un'interpretazione più stretta, può apparire più probabile. Questo sistema,
sostenuto dai Gesuiti e da altri, fu contrastato dal probabiliorismo, un sistema adottato dai Domenicani nel 1656 il
quale permetteva di seguire soltanto quelle opinioni che avevano una maggiore
evidenza a loro favore. Sant'Alfonso de' Liguori (1696‑1787), fondatore
dei Redentoristi, con la sua posizione mediana, fornì un appoggio al
probabilismo, il sistema oggi comunemente accettato (cf DS 2725‑2727). Cf Giansenismo;
Lassismo; Rigorismo; Teologia morale.
Processioni. (inizio)
Termine teologico per indicare il modo con cui la seconda e la terza persona
della Trinità hanno origine dal Padre. L'origine del Figlio dal Padre è
chiamata anche « generazione », o « filiazione », mentre quella dello
Spirito dal Padre e dal Figlio è chiamata anche « spirazione » (cf DS 150,
804; FCC 0.509, 6.064). Sant'Agostino di Ippona (354‑430), seguito dagli
scolastici medievali, interpretò la generazione del Figlio come atto di
auto‑conoscenza da parte del Padre, mentre lo Spirito « procede » dal
reciproco amore del Padre e del Figlio. Cf Filioque;
Scolastica; Teologia trinitaria; Trinità immanente.
Annunciare Cristo (Col 1,28) e il vangelo (1 Cor 9,14) con lode e
ringraziamento. Questo può avvenire mediante l'evangelizzazione a « quelli di
fuori », o anche all'interno della liturgia, come nell'Exsultet, o
proclamazione della veglia pasquale, e nell'Eucaristia che proclama « la morte
del Signore finché egli venga » (1 Cor 11,26). Cf Anàmnesi; Dossologia; Evangelizzazione; Kèrigma; Omelia; Predicazione;
Profeta.
Versione sintetica dei punti principali della fede cristiana. In risposta
alle domande circa il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, le professioni di
fede (o simboli) si sono sviluppate in collegamento con il battesimo. Le
controversie e le eresie hanno costretto la Chiesa a chiarire ulteriormente le
dottrine espresse nelle professioni di fede (o simboli).
Si chiama così colui che è ispirato dallo Spirito di Dio per parlare eo
per agire in un certo modo. Interpretando gli eventi passati e presenti ed
annunciando quelli futuri, i profeti dell'AT hanno parlato in base a una
profonda conoscenza di Dio, hanno predicato la fedeltà all'Alleanza e si sono
opposti all'osservanza puramente esteriore della Legge. Chiamati da Dio (Is
6,1‑13; Ger 1,4‑19; Ez 1,1-3,27), i profeti hanno annunciato la Parola di Dio
al popolo. I conflitti tra i profeti hanno evidenziato i criteri per
identificare quelli veri che parlavano a nome di Dio (1 Re 22; Ger 27‑28).
Il NT incontrò problemi del genere nell'attestare e nel discernere la profezia
(1 Cor 14,37‑40; 1 Ts 5,19‑21). Riconosciuto come profeta (Mc 6,15;
8,28), o come il profeta (Gv 6,14;
7,40; cf Dt 18,15.18), Gesù parlò e agì da profeta (Mc 11,15‑18;
13,1‑2; Lc 11,29). Mentre si inserì nella linea dei profeti (Mt 13,57; Lc
13,34), Gesù affermò anche di essere « più » dei profeti, dei re, delle
persone e dei luoghi sacri dell'AT (per es., Mt 12,15‑21.41‑42). Il
NT fa notare ripetutamente come le attese profetiche si siano compiute in Gesù.
Il carisma profetico è continuato nelle comunità del NT (Rm 12,6; 1 Cor
12,28‑30; 14,29.32) e nella Chiesa successiva. Il Concilio Vaticano II ha
sottolineato la partecipazione dei battezzati all'ufficio profetico di Cristo
(LG 12,35). Cf Antico Testamento; Carisma; Gesù Cristo; Islamismo; Sacerdoti.
Il principio dell'anticipazione reale che proviene dal modo con cui la
risurrezione di Cristo rappresenta in anticipo quello che succederà al termine
della storia (1 Cor 15,20. 28) e illumina la natura della grazia e dei
sacramenti come l'inizio reale della nostra vita di gloria (Gv 6,54; Rm
6,3‑8; 1 Cor 11,26). Il teologo di Monaco di Baviera Wolfhart Pannenberg
(nato nel 1928) si appella al principio della prolessi per affrontare una vasta
gamma di problemi teologici e filosofici. Cf Escatologia;
Storia.
Propiziazione. (inizio)
È una spiegazione della redenzione che descrive l'ira di Dio placata con la
morte sacrificale di Cristo. Questa spiegazione poggia su una interpretazione
errata di alcuni passi del NT (per es., Rm 3,25; 8,3; 2 Cor 5,21; Gal 3,13). I
termini appropriati per il riscatto (per es., espiazione e sacrificio) vanno
accuratamente distinti dal linguaggio di propiziazione che molti autori
cattolici e protestanti hanno purtroppo usato fino al secolo XX. Cf
Espiazione; Redenzione; Riscatto; Sacrificio; Soddisfazione.
Pagani convertiti all'ebraismo (cf Mt 23,15; At 2,11), o anche « timorati
di Dio » che osservavano solo una parte della legge ebraica (cf At 10,2;
13,43).
Proselitismo. (inizio)
Nel passato, proselitismo era spesso sinonimo di evangelizzazione. Di fatto,
il Concilio Vaticano II ribadì il diritto della Chiesa di evangelizzare e di
operare conversioni (AG 7; DH 13‑15). Però, oggi il termine proselitismo
ha quasi sempre il significato negativo di costringere o comunque di fare
pressioni su qualcuno perché accetti una data fede. Le società civili e
religiose hanno spesso condannato questo tipo di proselitismo, che è deplorato
anche dal Vaticano II (AG 13; DH 4). Nel dialogo ecumenico con le Chiese
ortodosse d'Oriente, il proselitismo è uno dei problemi dibattuti oggi. Cf
Conversione; Evangelizzazione; Libertà religiosa; Uniati.
Inizialmente, significava una maschera portata sul palco. In seguito, indicò
la persona. Alcuni Padri della Chiesa parlano di tre pròsopa
della Trinità e di un pròsopon in
Gesù Cristo (cf DS 250, 302; FCC 4.003, 4.012). Però, ipòstasi
divenne il termine più comune per indicare la persona. Cf Ipòstasi; Persona.
Protestante. (inizio)
Persona, chiesa, teologia o istituzione che in qualche modo è in rapporto
con la riforma « protestante » del XVI secolo. l'inizio del protestantesimo è
datato simbolicamente al 31 Ottobre 1517, quando Martin Lutero pubblicò le sue
novantacinque tesi sulle indulgenze, in cui attaccava vari abusi riguardanti la
dottrina, la predicazione e la pratica della penitenza. Il termine «
protestante » proviene dalla minoranza non cattolica presente alla dieta
imperiale di Spira nel 1529. Essa presentò una « protesta » contro le
decisioni dell'Imperatore cattolico Carlo V in fatto di religione. Il termine «
protestante », identificato spesso con « evangelico », esprime alle volte un
antagonismo con il cattolicesimo. I princìpi teologici comuni del
protestantesimo sono: la dottrina della giustificazione mediante la sola fede e
non dalle opere, la sola autorità della Sacra Scrittura, il sacerdozio comune
dei fedeli. Cf Battisti; Calvinismo;
Corruzione totale; Evangelici; Fede e Opere; Hussiti; Imputazione; Legge
e Vangelo; Luteranesimo; Metodismo; Neo‑ortodossia; Presbiterianesimo;
Protestantesimo; Puritani; Riforma (La); Sacramento della penitenza; Sola fede;
Sola grazia; Sola Scrittura; Theologia Crucis;
Zwinglianesimo.
Protestantesimo liberale. (inizio)
Si chiama così quel movimento teologico protestante dei secoli XIX e XX,
fortemente influenzato dalla filosofia dell'Illuminismo, spesso opposto ai dogmi
della Chiesa e intento a sviluppare un approccio scientifico della Bibbia.
Friedrich Schleiermacher (1768‑1834) è considerato generalmente il
fondatore di questo movimento. Secondo lui, l'esperienza religiosa e la
consapevolezza interiore di Dio sono normative in campo di fede. I vari suoi
successori cercarono di togliere dalla Scrittura quanto vi fosse di leggendario
o di mitico per scoprirne la storia originale. Un forte interesse etico (che
sottovalutò l'escatologia) illustrò la religione del Gesù storico espressa
attraverso il Discorso della Montagna e sintetizzata come solidarietà umana
sottomessa a Dio. Qualcuno, come Ernst Troeltsch (1865‑1923) diede scarsa
importanza al fatto unico della rivelazione di Gesù e vide nel cristianesimo
poco più di un fenomeno di una certa influenza nella storia delle religioni. La
fede nella scienza moderna, nella filosofia e nel progresso incoraggiarono i
teologi ad allearsi strettamente con la cultura borghese europea e coi suoi capi
politici. Un esempio evidente ci è dato da Adolf von Harnack (1851‑1930).
La prima guerra mondiale e la nascita della teologia dialettica tennero a bada
per un certo tempo il protestantesimo liberale. Esso tornò ad avere un certo
successo negli anni '60. Cf Escatologia;
Gesù storico; Illuminismo; Modernismo; Protestante; Teologia Dialettica.
Termine applicato alla maggior parte dei libri dell'AT accettati come
ispirati e canonici da tutti. Cf Apocrifi;
Canone; Libri deuterocanonici.
Protologia
(Gr. « studio delle prime cose »). (inizio)
Dottrina circa l'origine del mondo e degli esseri umani. La protologia è
correlata con l'escatologia, in quanto il progetto di Dio all'inizio è
illuminato nel senso migliore dal suo pieno compimento alla fine. Cf Adamo; Caduta (La); Creazione; Eva; Giustizia originale; Peccato
originale.
La storia dell'infanzia di Gesù nel vangelo apocrifo di Giacomo. Il termine
si applica anche all'interpretazione tradizionale della donna che schiaccia il
capo al serpente (Gn 3,15) come prima promessa della salvezza e del ruolo che
Maria avrà in essa. Cf Escatologia; Sensi
della Scrittura; Vangeli apocrifi; Vangeli dell'infanzia.
La cura sapiente, amorosa e onnicomprensiva di Dio nei riguardi della
natura, della storia e delle singole vite umane (cf Mt 6,25‑34;
10,29‑31). La dottrina cristiana della provvidenza è conciliabile con la
libertà umana e con le vie misteriose di Dio il quale può « scrivere diritto
su righe storte ». Cf Deismo; Libertà;
Predestinazione; Prescienza; Teismo.
È la prima delle quattro virtù cardinali. Comporta la capacità di
tradurre in pratica le norme e gli ideali generici. La prudenza cristiana è più
che una pura accortezza che prevede le difficoltà e scansa le conseguenze
sgradite. La prudenza comporta l'esercizio di una immaginazione pratica che
rende coerente l'intera vita morale di una persona. Cf
Virtù cardinali.
Libri attribuiti ad un autore diverso da quello vero, probabilmente per dare
loro maggiore autorità. Si hanno esempi nei libri non canonici di Enoc e
dell'Assunzione di Mosè. I cattolici usano il termine « apocrifi » in
riferimento a libri ebraici pseudonimi. Cf
Apocrifi.
La méta finale (cf Ap 1,8; 21,6; 22,13) dell'evolversi e del convergere
dell'universo secondo il pensiero di Pierre Teilhard de Chardin, gesuita
francese, paleontologo (1881‑1955). Sintetizzando la fede cristiana coi
dati della scienza nelle sue opere tra cui Il
fenomeno umano, Ambiente divino e altre opere (postume), Teilhard descrisse
un mondo di una complessità crescente, progressivamente umanizzato e «
cristificato », ossia che si evolve verso il suo vertice nel Cristo cosmico (cf
1 Cor 15,28; Ef 1,3‑10; Col 1,15‑20). Cf
Cristocentrismo; Entelechìa; Escatologia; Parusìa.
È lo stato di coloro che muoiono in comunione con Dio, ma hanno ancora
bisogno che i loro peccati personali siano espiati (mediante i meriti di Cristo)
e devono crescere spiritualmente prima di poter godere la visione beatifica. I
passi scritturistici che sono stati addotti (2 Mac 12,38‑46; Mt
5,25‑26; 12,31‑32 e 1 Cor 3,11‑15) non sono tali da poter
stabilire da soli l'esistenza del Purgatorio. Esso può essere confermato alla
luce della giustizia divina e dal fatto delle preghiere dei cristiani (attestate
almeno fin dal II secolo) e dalla celebrazione dell'Eucaristia (attestata almeno
fin dal III secolo) per i defunti. In linea con questa prassi, autori Greci come
san Clemente di Alessandria (circa 150 ‑ circa 215), Origene (circa 185
‑ circa 254) e san Giovanni Crisostomo (circa 347‑407) e scrittori
latini come Tertulliano (circa 160 ‑ circa 225), san Cipriano (morto nel
258) e sant'Agostino di Ippona (354‑430) scrissero in vari modi sulla
purificazione dopo la morte e sulla nostra comunione mediante la preghiera per i
nostri cari defunti. La preghiera per i defunti è rimasta un elemento tipico
delle liturgie orientali e occidentali. Il Concilio di Lione II (1274) e quello
di Firenze (1438‑1445) hanno parlato della sofferenza purificatrice
sopportata dopo la morte (di coloro che non sono ancora degni della visione
beatifica) e del valore delle preghiere e buone opere in loro suffragio (DS
856‑857; 859; 1304‑1305; FCC 0.012‑0.013, 0.015,
0.022‑0.023). Hanno evitato, però, di parlare di « fuoco » a cui sono
contrari gli Ortodossi. Martin Lutero (1483‑1546) respinse prima il valore
delle indulgenze per i defunti e poi anche l'esistenza del Purgatorio. Il
Concilio di Trento (1545‑1563) ribadì la dottrina del Purgatorio, non
disse nulla circa la sua natura e durata, riaffermò il valore delle preghiere e
dell'Eucaristia per quelli che si trovano in Purgatorio (DS 1580, 1820; FCC
0.029, 8.113). Il Concilio Vaticano II ricordò la nostra comunione con coloro
che si purificano dopo morte e fece suo l'insegnamento di Firenze e di Trento
(LG 49, 51). Lo stato del Purgatorio può essere inteso come un processo finale
di maturazione amorosa, ma dolorosa, prima di poter vedere Dio a faccia a
faccia. Con il giudizio universale, il Purgatorio cesserà di essere (DS 1067;
FCC 0.021). Cf Comunione dei Santi;
Eschata; Indulgenze; Morte; Visione beatifica.
Termine generico per indicare quei gruppi influenti nella Chiesa
d'Inghilterra che opposero il loro sistema religioso a quello della Regina
Elisabetta I (1533‑1603) e, seguendo una teologia calvinista, mirarono a
purificare la Chiesa dagli elementi non biblici. Insistettero su una stretta
osservanza della Domenica e su un codice morale molto austero. Molti Puritani
hanno finito per non accettare il governo episcopale della Chiesa. Fra i
principali Puritani inglesi, vanno ricordati: Thomas Cartwright
(1535‑1603), il Lord Protettore Oliver Cromwell (1599‑1658), e il
poeta John Milton (1599‑1658). All'inizio del XVII secolo, i profughi
Puritani costituirono una colonia nel Massachusetts. Il teologo più famoso che
emerse tra i Puritani della Nuova Inghilterra fu Jonathan Edwards
(1703‑1758). Nelle Isole britanniche, gli Anglicani della « Chiesa Bassa
», i Battisti, i Congregazionalisti, i Presbiteriani e i Quaccheri (o Società
degli Amici) hanno tutti ereditato elementi di origine puritana. Cf
Battisti; Calvinismo; Comunione anglicana; Episcopato; Presbiterianesimo;
Protestante; Riforma (La); Società degli amici; Teologia; Teologia
congregazionalista.
Q
Cf Società degli
amici.
Qualifica teologica. (inizio)
Si chiama così la valutazione di una proposizione teologica nel suo
rapporto con la verità rivelata e con la dottrina della Chiesa. Se questa
proposizione risulta fondata nella rivelazione, può essere qualificata come de
fide divina. Se è stata definita solennemente dal Magistero straordinario,
diviene de fide definita. Altre qualifiche teologiche sono de
fide ecclesiastica (fede della Chiesa), fide
proxima (vicina ad una definizione), theologice
certa (teologicamente certa) (cf DS 2269, 2374). Una volta, la qualifica
teologica delle varie asserzioni era un dato costante, ma oggi è largamente
caduta in disuso. Un documento della Commissione Teologica Internazionale del
1989 (« L'interpretazione del dogma ») ne ha richiamato il valore. Cf
Concilio Ecumenico; Eresia; Infallibilità; Magistero; Teologia.
Quaresima. (inizio)
Si chiama così il periodo di quaranta giorni che precede la Pasqua. Sono
giorni di preghiera, di digiuno, di elemosine e di conversione. I cristiani si
preparano così alla più grande festa dell'anno. Ovviamente, si vengono ad
imitare i quaranta giorni di digiuno di Mosè (Es 24,18), di Elia (1 Re 19,8) e
soprattutto di Gesù medesimo (Mc 1,13). La durata attuale della Quaresima è
stata fissata nel VII secolo, quando a Roma il digiuno cominciò il Mercoledì
delle Ceneri anziché dopo la prima domenica di Quaresima. Nel rito ambrosiano
di Milano, questi giorni supplementari non sono mai stati aggiunti. Per quanto
riguarda gli Orientali, il periodo della Quaresima dura sette settimane, ma
siccome non si digiuna né il sabato, né la domenica, il numero totale dei
giorni di digiuno è di trentasei. In origine, il digiuno quaresimale era molto
rigoroso: consisteva in un solo pasto verso sera, in cui erano proibiti la
carne, il pesce e generalmente anche i latticini. I cristiani orientali hanno
conservato qualcosa di questa severa disciplina. La Quaresima è il tempo
speciale per la preparazione dei catecumeni al battesimo. È proibito celebrare
solennemente il matrimonio durante questo periodo. A Roma, vengono celebrate
messe speciali ogni giorno in una chiesa particolare, o « stazione ». Nella
tradizione bizantina, la prima domenica di Quaresima è la Festa
dell'Ortodossia, che ricorda la vittoria sugli iconoclasti e su altri eretici;
la seconda domenica è la festa di san Gregorio Palamas (circa 1296‑1359);
nella terza domenica è venerata la croce; e nel venerdì della quinta settimana
si canta l'Akàthistos. Cf
Akàthistos; Astinenza; Catecumenato; Digiuno; Palamismo; Settimana Santa.
Quattro tempora. (inizio)
Quattro periodi di digiuno e di astinenza che in origine erano probabilmente
collegati con feste del raccolto e in seguito costituirono una preparazione per
le ordinazioni. Le Quattro Tempora sono il mercoledì, venerdì e sabato dopo il
Mercoledì delle Ceneri, dopo la domenica di Pentecoste, dopo l'Esaltazione di
Santa Croce (14 settembre) e dopo santa Lucia (13 dicembre). Cf
Astinenza; Digiuno.
Un documento ipotetico perduto che sarebbe stato composto ampiamente di
detti o lòghia di Gesù e usato come
fonte principale da Matteo e da Luca. Molti studiosi accettano questa ipotesi
che spiega le numerose affinità che esistono tra Matteo e Luca. Cf
Teoria delle due fonti; Vangeli Sinottici.
Quietismo. (inizio)
Scuola di spiritualità sviluppata da Miguel de Molinos (circa
1640‑1697) il quale predicava un abbandono totale in Dio che riduceva la
responsabilità umana e riteneva superflui gli atti di religione. Nel 1687, fu
condannato da colui che era prima suo amico, il papa Innocenzo XI (cf DS
2201‑2269) L'accusa di quietismo fu portata anche contro Madame Guyon
(1648‑1717) e François de Salignac Fénelon, arcivescovo di Cambrai
(1651‑1715). Quest'ultimo fu condannato da Innocenzo XII nel 1699 (DS
2340‑2374). Cf Spiritualità.
Cf Sinodo trullano.
Cf Manoscritto di Qumran.
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